Vita ed opere dell'Abbé Agostino Barruel

Per offrire una breve descrizione della vita e delle opere dell'Abbé Barruel abbiamo pensato di tradurre dal francese un articolo apparso nell'ormai lontano 1979 nel cahier (quaderno) n° 6 della Société Augustin Barruel; ci sembra che questo breve scritto possa offrire al lettore un'idea abbastanza precisa del valoroso sacerdote francese che ha combattuto per la verità lungo tutta la sua esistenza.

____________________

La Société Augustin Barruel ha il dovere di presentare per quanto possibile una biografia ed una bibliografia dello scrittore da cui ha preso il nome.

Nell'assolvere questo compito ci siamo serviti della Biographie universelle di Michaut, tomo III, del Dictionnaire de biographie française di Prévost e Roman d'Aurat, e soprattutto delle notizie biografiche fornite da tre autori:

— da Dussault, bibliotecario di Sainte Geneviéve, scritte nel 1823;

— dall'Abbé Mollier nell'Essai historique sur Villeneuve-de-Berg, del 1866. Villeneuve-de-Berg è il paese natale dell'Abbé Barruel, e l'Abbé Mollier gli ha dedicato sei pagine del proprio saggio.

— dal canonico Fillet, curato d'Alex, scritte nel 1896 col titolo di Notice biographique, littéraire et critique sur le R.P. Augustin Barruel.

Dobbiamo anche menzionare un articolo del periodico L'Ordre français del febbraio 1966.

________________

Nelle tre fonti biografiche citate l' Abbé Barruel viene chiamato Abbé de Barruel, ed in effetti il nome di famiglia era preceduto dalla particella de. Si sa che una particella non è sempre segno di nobiltà, ma può indicare ad esempio un paese d'origine o derivare dal tedesco. Nel caso della famiglia de Barruel l'origine nobile è incontestabile, ed esistono due tesi riguardo all'origine di questa nobiltà; la prima, che si basa sulle ricerche di genealogisti, la fa risalire ad un passato remoto, anche prima della guerra dei Cento anni. A quel tempo il regno di Scozia era alleato col re di Francia, gli scozzesi avevano un ruolo importante nell'esercito di Carlo VII e molti Guasconi combattevano tra le file degli Inglesi. Assai anticamente alcuni rappresentanti di una famiglia di Scozia che avevano posseduto il titolo di duchi e le prerogative di pari combattevano al servizio del re di Francia e si chiamavano Barwel. Una branca di questa famiglia si stabilì definitivamente in Francia e s'installò nel Vivarais, un'altra restò in Scozia ed uno dei suoi membri, Lord Barwel, venuto a Parigi nel 1780, riconobbe i de Barruel del Vivarais come facenti parte della sua famiglia e stabiliti in Francia da molti secoli; il nome originale di Barwel si sarebbe trasformato in Barruel.

Secondo un'altra tesi, i Barruel discenderebbero da alcuni abitanti del Delfinato. Secondo Lecture et Tradition n° 54, maggio/giugno 1975, i Barruel sono menzionati per la prima volta tra il 1095 ed il 1105 nella Charte du Capitulaire de la Prévôté d'Oulx, nello Haut Briançonnais.

Delle due origini, quella scozzese o quella del Delfinato, non sappiamo quale sia quella vera. Ma ciò che risulta certo è che la nobiltà della famiglia de Barruel è indubitabile.

Lo stemma era anticamente a strisce d'oro e d'argento, in seguito d'oro con banda azzurra e tre stelle d'argento sovrapposte. Il loro grido di battaglia era "vivat rex", il loro motto "virtute sideris".

I Barruel hanno ricoperto alte cariche nell'esercito e nella magistratura, ed hanno contratto alleanze con i de La Rochefoucauld, i de Sévigné, i de Grignan.

Il padre di Agostino Barruel, titolare di molte signorie, fu luogotenente generale del Re al balivato di Villeneuve de Berg; aveva sposato, l'11 luglio 1730, Madeleine de Monnier che gli diede dodici figli; non si sa esattamente quale fosse il rango di Agostino tra di loro. Si sa solamente che tre figli sono nati prima di lui, fra i quali Louis-Antoine, che divenne a sua volta Luogotenente generale del Re, e Louis-François che fu Tenente colonnello in artiglieria e fu ammesso più tardi all'assemblea della nobiltà della provincia di Bresse. Tra i suoi fratelli e sorelle più giovani si contano Camille de Barruel, priore dell'Abbazia dei Benedettini di Charlieu en Bresse e Marie-Gabrielle che fu superiora della Visitazione di Valence, la quale ebbe fama di grande pietà e sapienza.

_________________

Agostino nacque a Villeneuve de Berg, ex capitale del Vivarais, il 2 ottobre 1740. Villeneuve de Berg è per lo più conosciuta come patria di Olivier de Serres, ma oltre all'Abbé Barruel altri scrittori più o meno celebri vi hanno avuto i natali intorno allo stesso periodo: Il R. P. Dumazel, gesuita; Antoine Court, pastore calvinista e storico delle Cévennes e delle guerre dei Camisards; il figlio di Antoine Court, scrittore pure lui, l'Abbé Geneston, autore di una raccolta di sermoni. Nessuno di loro ebbe però minimamente nè il valore nè l'erudizione di Agostino Barruel.

Non sappiamo nulla degli anni d'infanzia di Agostino trascorsi a Villeneuve de Berg. In seguito fece i suoi studi al collegio dei Gesuiti di Tournon. Il 15 ottobre 1756 entrò nel noviziato della Società di Gesù con l'intenzione di farne parte; inizialmente fu destinato all'insegnamento delle materie umanistiche a Tolosa, ma nel novembre 1764 un editto di Luigi XV sopprimeva la Società dei Gesuiti in Francia: "Vogliamo e consentiamo che in avvenire la Società dei Gesuiti non esista più nel nostro regno, nei paesi, terre e signorie che a noi obbediscono".

Per questo motivo Agostino lasciò la Francia e pronunciò i suoi voto in Germania. Insegnò successivamente a Commateau in Boemia, a Hradisch in Moravia, a Vienna in Austria al collegio Teresiano in cui ebbe la cattedra di retorica. Il 7 agosto 1773 il Papa Clemente XIV decretò l'abolizione totale dell'Ordine dei Gesuiti, e da questo momento Agostino Barruel cessò di essere un religioso e divenne prete secolare. Da sottolineare che nel secolo successivo, ma per altri motivi, due dei suoi futuri continuatori, l'Abbé Barbier, autore della Storia del cattolicesimo liberale, ed il canonico Gaudeau, autore de Il pericolo interno della Chiesa dovranno seguire lo stesso iter dalla Compagnia di Gesù al clero secolare. Si noti però che, secondo i suoi biografi, Agostino de Barruel restò gesuita in spirito per tutta la sua vita.

----------

A quest'epoca dunque fu incaricato dell'educazione del figlio di un gran signore, condusse il suo discepolo in Italia, imparò l'italiano e visitò Roma.

All'inizio del 1774 era certamente già rientrato in Francia; la sua prima opera è in versi, un'ode in occasione dell'incoronazione di Luigi XVI intitolata: Ode sur le glorieux avénement de Louis Auguste, per la quale ottenne il permesso di stampa il 29 maggio 1774 e della quale si vendettero, sembra, dodicimila copie; a quell'epoca i Gesuiti componevano spesso in versi. Quest'Ode è in settenari, cosa che rende gagliardo lo stile. Eccone due quartine:

A voir sur le trône même
Son ardeur et ses travaux
Il semble du diadème
N'avoir pris que les fardeaux.
.........................
Oui, prince, l'amour enflamme
Le coeur de tous les Français
Il a gravé dans notre âme
Ton nom avec tes bienfaits.

Ma l'avvenire non realizzerà le speranze che l'Abbé Barruel metteva non già nel re, quanto nei sentimenti che i Francesi avevano per lui.

Nel 1779 Barruel tradusse in versi un poema italiano sulle eclissi[1], collaborando poi all'Année littéraire diretta da Fréron.

Nel luglio del 1774 il principe Saverio di Sassonia lo assunse come precettore dei suoi figli, e nel 1777 fu nominato cappellano della principessa di Conti, titolo che mantenne fino alla rivoluzione.

Pubblicò nel 1778 la Physique réduite en tableaux raisonnes.

Dal 1781 al 1788 scrisse le Helviennes (Elviesi) ovvero lettere provinciali filosofiche che ebbero un eclatante successo e con le quali inizia la sua carriera di polemista. Le Elviesi sono scritte con una forma epistolare come le Provinciali di Pascal, il primo volume è dedicato alla fisica, il secondo ed il terzo alla metafisica, il quarto fa rilevare alcune contraddizioni; il fine delle Elviesi era quello di denunciare gli errori dei filosofi, mentre il nome enigmatico di elviesi viene da Helvié che dal tempo dei Romani era la denominazione del popolo del Vivarais. La prima metà di questo lavoro apparve nel 1784, la seconda nel 1788.

Queste lettere, che esponevano le bizzarrie, le incoerenze e le contraddizioni dei filosofi, furono attaccate; Barruel le difese con una Risposta dell'autore delle Elviesi ad una lettera anonima e senza data che apparve nell'Année littéraire del 1784. Alla pagina 185 di questa risposta egli scrisse: «Il censore delle nostre lettere elviesi ha avuto bisogno di tutta la sua fermezza per mantenere i propri diritti ed i nostri facendo pubblicare quest'opera che i sofisti avrebbero voluto sopprimere».

Nelle sue lettere elviesi l'Abbé Barruel aveva criticato in modo particolare un certo Abbé Soulavie, originario di Largentière nel Vivarais, cercando di ridicolizzare il suo sistema di geologia, e continuò la sua polemica nella Genesi secondo M. Soulavie.

Soulavie citò in giudizio per diffamazione l'Abbé Barruel; la storia non ci dice chi vinse e chi perse questo processo, ma pare che lo sconfitto fosse l'Abbé Barruel perché la Genesi secondo M. Soulavie fu distrutta per ordine del Guardasigilli e che si sappia non ne resta alcun esemplare: l'opera deve considerarsi come perduta.

Nel gennaio 1788 l'Abbé Barruel assunse la direzione del Journal ecclésiastique ovvero Biblioteca ragionata delle scienze ecclesiastiche, di cui pubblicò l'ultimo numero nel luglio 1792.

Con la Rivoluzione le sue opere si moltiplicarono; se ne giudichi dalla lista che segue:

Il vero patriota ovvero Discorso sulle reali cause dell'attuale rivoluzione, 132 pagine nelle quali egli afferma la responsabilità dei filosofi riguardo ai mali della Francia.

Lettera sul Divorzio ad un deputato dell'Assemblea nazionale, 42 pagine. Si tratta della refutazione di uno scritto sul divorzio. A proposito di questa lettera Barruel dirà: «Non mi credereste, caro Padre, se dicessi che è stata scritta in otto giorni».

Predica di un buon curato in occasione del giuramento civile che si esige dai vescovi e dai curati, opuscolo del 1790 spesso ristampato.

I veri principi del matrimonio, opposti al rapporto di Durent de Maillane, 1790, 43 pagine.

Discorso da pronunciarsi da parte di un membro degli Stati generali per il ritorno dei Gesuiti.

Della condotta dei curati nelle attuali circostanze, lettera di un curato di campagna al suo confratello deputato all'Assemblea generale.

Sviluppi del giuramento dei sacerdoti in attività da parte dell'Assemblea nazionale, 1790.

Sviluppi del secondo giuramento detto civile decretato il 16 e 29 novembre 1791.

Il plagio del Comitato sedicente ecclesiastico dell'Assemblea nazionale ovvero decreto di Giuliano l'Apostata, che costituisce le basi della Costituzione civile del Clero francese, ed a seguire le rappresentazioni di San Gregorio di Nazianzo, 1790.

Legittimi pregiudizi sulla Costituzione civile del Clero e sul giuramento che si esige dai funzionari pubblici.

Questione decisiva sui poteri ovvero la giurisdizione dei nuovi pastori, 1791.

Questione nazionale sull'autorità ed i diritti del popolo nel governo, 1791.

Beninteso, l'attività di Barruel non si limitò alla redazione di queste opere; egli insistette anche con l'arcivescovo costituzionale di Parigi Gobel perchè ritrattasse il suo giuramento: l'arcivescovo esitò, ma giudicò più prudente non farne nulla, cosa che non gli impedì di morire sul patibolo accusato di ateismo.

______________________

Dopo i massacri di settembre l'Abbé Barruel, che si era nascosto per qualche tempo, si imbarcò per l'Inghilterra, dove rimarrà per dieci anni, dal 1792 al 1802. A Londra fu accolto da Bruk e da lord Clifford; quest'ultimo lo aiutò a proseguire i suoi lavori letterari. Scrisse Storia del Clero durante la Rivoluzione francese, che si ferma al 1792,  costituita da 379 pagine e che fu pubblicata nel 1797, ristampata e tradotta in molte lingue. Nel Dizionario biografico francese si pretende che, per difetto di memoria ed essendo redatta secondo notizie non controllate, questa storia contenga qualche errore e qualche incertezza; quel che è certo è che, trovandosi in Inghilterra, Barruel non avrà più avuto i necessari documenti sottomano. [Nonostante tali critiche, peraltro non circostanziate, l'opera nella sua traduzione italiana fu ristampata dalla Tipografia poliglotta di Propaganda Fide ancora nel 1888 e la Civiltà Cattolica ne incoraggiò fortemente la diffusione fra i cattolici [*]: segni certi, questi, dell'approvazione da parte del Pontefice Leone XIII. N.d.R.]

Dal 1797 al 1798 pubblicò in quattro volumi la sua opera più celebre, le Memorie per la storia del Giacobinismo, in cui dimostra il ruolo decisivo dei filosofi, dei massoni e degli illuminati nella preparazione della Rivoluzione.

La pubblicazione di queste Memorie fu un vero e proprio avvenimento; furono tradotte in un gran numero di lingue, tra cui due volte in polacco, e più tardi l'Abbé Barruel ne trasse un compendio in due volumi. Le Memorie provocarono enormi contestazioni, cosa che non deve sorprendere. Mounier pubblicò un saggio per refutarle: Dell'influenza attribuita ai filosofi, ai massoni ed agli illuminati sulla rivoluzione in Francia. Charpy de Saint-Etienne ne scrisse un'altro: La Massoneria giustificata da tutte le calunnie sparse contro di essa, ovvero refutazione del libro dell'Abbé Barruel.

In una nota del 1823 Dussault fa una distinzione tra ciò che Barruel dice dei filosofi e ciò che concerne i massoni e gli illuminati. Riguardo ai filosofi Dussault pensa che tutto sia chiaro e palpabile, ma sui massoni  e gli illuminati di Baviera egli ritiene che Barruel supponga, congetturi ed immagini; costui giunge addirittura a dire: «Ha l'aria di scrivere il romanzo del Gacobinismo più che la sua storia».

Michaut, nella sua biografia, pensa che le Memorie «siano rovinate dall'esagerazione e dalla critica acerba». L'opera fu persino paragonata a quella dell'Abbé Fiard e dell'Abbé Wurtz che pretendevano che la Rivoluzione fosse opera di stregoni e demonolatri.

Eppure Barruel aveva precisato le ragioni che lo avevano spinto a scrivere il suo libro: «Abbiamo visto persone accecarsi sulle cause della Rivoluzione francese; ignorandone le cause si riconosce la gravità degli avvenimenti ma ci si mette nell'impossibilità di rimediare ai mali che ne derivano.

È uno dei più pericolosi pregiudizi il pensare che la Rivoluzione francese sia un vulcano apertosi senza che si possa conoscere il luogo in cui si è preparato: si è così portati a pensare che si estinguerà da se stesso insieme a quel che lo alimenta.»

L'autore indica che il motivo che l'ha portato a scrivere le Memorie è il desiderio di mettere gli uomini al riparo dal pericolo che li minaccia mostrando questo stesso pericolo in piena luce, alla luce irrecusabile dei fatti più evidenti.

Probabilmente fu in Inghilterra che l'Abbé Barruel scrisse le lettere sulla pittura, le ricerche sulla pittura, le ricerche sugli ostacoli al progresso delle arti.

Sul suo soggiorno in Inghilterra abbiamo due aneddoti:

— L'arcivescovo anglicano di Canterbury disse un giorno all'Abbé Barruel che la verità si trasmette nella Chiesa romana e che Gesù Cristo aveva promesso a Pietro che la sua fede non sarebbe venuta meno; perciò l'Abbé Barruel gli dichiarò che egli allora avrebbe dovuto logicamente abiurare il suo errore. L'arcivescovo gli rispose che le venticinquemila sterline che gli rendevano il suo arcivescovado gli erano necessarie per far vivere la propria famiglia. E l'Abbé Barruel di rimando: «Allora voi vendete la vostra anima al diavolo per venticinquemila lire sterline».

— Chateaubriand, che era anche lui rifugiato in Inghilterra, voleva avere l'opinione di Barruel su Il genio del Cristianesimo e gli diede il suo manoscritto. L'Abbé Barruel cominciò ad esaminarlo e si fermò alla  pagina cinquanta, dopo aver scritto a margine il Salmo XLIX, 16: «Dio dice al peccatore: è a voi che spetta di raccontare le mie giustizie e di annunziare la mia alleanza?». L'Abbé Barruel senza dubbio pensava che Chateaubriand combattesse piuttosto per la sua gloria personale che per la causa che pretendeva di difendere.

_________________

Quando il Consolato successe al Direttorio si pose una questione riguardante gli ecclesiastici emigrati; sarebbero dovuti ritornare in Francia per tentare di portare a termine il compito per il quale erano stati ordinati sacerdoti o sarebbero dovuti restare in esilio per non servire un governo illegittimo?

L'Abbé Barruel si pronunciò nettamente a favore della prima soluzione; l'8 luglio 1800 raccomandò la sottomissione alle leggi in due opuscoli: Dettaglio delle ragioni perentorie che hanno determinato il clero di Parigi e di altre diocesi a fare la promessa di fedeltà, e Il Vangelo ed il clero francese sulla sottomissione dei pastori nelle rivoluzioni degli imperi, in cui affermava che i sacerdoti, avendo l'incarico della salvezza delle anime, proprio a ciò avrebbero dovuto anzitutto lavorare, e che solo l'impossibilità di esercitare le loro funzioni potesse essere per loro una scusa sufficiente.

Un certo Abbé Lambert, già segretario dell'arcivescovo di Parigi attaccò questa dottrina, ed i vescovi rifugiati in Inghilterra giudicarono l'attitudine dell'Abbé Barruel quantomeno imprudente; nondimeno quattromila preti, sembra, tornarono in Francia dopo la lettura dei due opuscoli. Il 20 settembre 1801 l'Abbé Barruel diffuse un libello, Le due pagine, all'indirizzo dei vescovi francesi che, malgrado la richiesta del Papa, non si erano dimessi secondo il Concordato. Questo testo fece tanto rumore che lo si dovette ritirare dalle librerie.

Nel settembre 1802 l'Abbé Barruel ottenne il permesso di rientrare in Francia. Al suo ritorno l'arcivescovo di Parigi de Belloy ed il primo console lo nominarono canonico onorario di Notre-Dame di Parigi; pare che egli avesse rinunciato alla particella nobiliare in questa occasione. Su di una lista dei canonici onorari di Notre-Dame che si trova in un almanacco del 1813 egli risulta il terzo, con il semplice nome: Barruel, mentre altri canonici dei quarantuno enumerati nel 1813 mantengono la particella.

Nel 1803 l'Abbé Barruel scrisse: Del Papa e dei suoi diritti religiosi in occasione del Concordato, in due volumi.

Egli stesso ci indica il fine di quest'opera: «Dobbiamo qui dimostrare la legittimità della Chiesa ristabilita in Francia per mezzo di queste convenzioni che prendono il nome di Concordato tra il Papa Pio VII ed il Governo francese. Dobbiamo difendere sia questa Chiesa sia i suoi pastori come pure il principe dei pastori che ce li ha dati. Dobbiamo rassicurare il popolo francese riguardo al potere del pontefice che ci dà i suoi sacerdoti e le sue sedi episcopali, e sulla santità e l'uso che egli fa del suo potere».

Barruel qui fa un excursus storico che sottolinea i poteri dei successori di San Pietro; risale fino al Concilio di Sardica del 347 nei confronti dei vescovi deposti che fanno appello a Roma. Cita Cirillo d'Alessandria che, al Concilio d'Efeso, rifiutò di giudicare Dioscoro prima di sapere quel che il Papa aveva stabilito.

In quest'opera Barruel se la prende ancora coi vescovi che rifiutano a Pio VII la dimissione che il Concordato esige; tuttavia nello stesso libro si mostra piuttosto indulgente nei confronti della dichiarazione gallicana del 1682 che attribuisce a Luigi XIV più che al clero di Francia. La durezza verso la Petite Eglise e la mancanza di severità nei confronti del Gallicanismo del 1682 sono difficilmente conciliabili, probabilmente pensava che per la prima si trattasse di uno scisma mentre per la seconda solamente della manifestazione di un'opinione.

L'attitudine dell'Abbé Barruel nei confronti del regime consolare pone un problema: agì per opportunità oppure non comprese che l'influenza massonica, che aveva così ben denunciato per la rivoluzione, continuava ad esercitarsi, sebbene in un altro modo, sotto il Consolato? La questione è irrisolta. Crediamo però che l'Abbé Barruel non si facesse illusioni, il suo comportamento aveva come base la necessità fondamentale della salute delle anime. Per comprenderlo, bisogna certamente tener conto anche della sua formazione nella società dei Gesuiti che impone l'obbedienza al Papa senza condizioni, perinde ac cadaver. Il Papa aveva trattato col Consolato, bisognava seguire il Papa.

Comunque sia, le difficoltà per lui non mancarono; egli si era alienato le simpatie da un lato dei preti costituzionali e dall'altro dei preti anticoncordatari, ed ebbe quindi dei nemici in entrambi i campi. La sua apologia del Papa fu attaccata dall'Abbé Blonchard che pubblicò a Londra tre refutazioni successive col titolo di Controversia pacifica.

Perfino sotto il Primo Impero, quando Pio VII fu internato a Savona, l'incondizionalità nei confronti del Papa gli procurò delle noie. Barruel che, come ex emigrato, era posto sotto sorveglianza dalla polizia fu arrestato nel 1811 e messo in prigione,  sospettato di aver diffuso il breve del Papa contro il Cardinal Maury. Al posto del Cardinal de Belloy morto nel 1802 Bonaparte aveva nominato arcivescovo di Parigi il Cardinal Fesch, poi, avendo rotto con quest'ultimo, l'aveva rimpiazzato col Cardinal Maury nel 1810. Maury ne informò il Papa e prese l'amministrazione dell'arcivescovado.

Con un breve firmato a Savona Pio VII ingiunse a Maury di lasciare immediatamente l'arcivescovado di Parigi. Questo fece impressione. La detenzione di Barruel, accusato di sostenere Pio VII contro il Cardinal Maury, fu pare di breve durata, sebbene non si sappia nulla di preciso a questo riguardo.

Nel 1813 l'influenza dell'Abbé Barruel fu utile per ottenere una ritrattazione di Soulavie. Soulavie era quell'Abbé dal quale, un tempo, egli era stato portato in tribunale a proposito delle Elviesi, ben prima della Rivoluzione; in seguito L'Abbé Soulavie aveva prestato il giuramento prescritto dalla Costituzione civile del clero ed era stato nominato alto funzionario della Repubblica francese a Ginevra: Barruel, nelle Memorie per la storia del Giacobinismo l'aveva accusato di aver contribuito alla rivoluzione in questa città. L'Abbé Soulavie si era sposato quattro volte, il che non significa che aveva sposato quattro donne, ma che aveva fatto celebrare quattro volte il suo matrimonio con la stessa persona. Pio VII l'aveva ridotto allo stato secolare.

Alla fine della sua vita, nel 1813, egli rimise a Barruel la ritrattazione seguente, scritta, firmata e datata di sua mano: «Signore, volendo vivere nel seno della Chiesa cattolica, apostolica e romana, vi prego di constatare con l'inserzione di questa mia dichiarazione nelle vostre opere il mio pentimento per aver pubblicato nelle mie opere degli errori contro la religione. Io li condanno. Non è forse noto che le disgrazie della nostra patria ed i crimini della rivoluzione provengono dall'oblio della religione? Quale è dunque quel cristiano che non gema di errori di questa natura quando ne vede i risultati?» Questo testo di ritrattazione è autentico, l'autore dell'articolo "Soulavie" nel Dizionario biografico francese dichiara che ne ha avuto il manoscritto sotto gli occhi.

Nel 1814 l'Abbé Barruel aveva ormai poca fiducia nella Restaurazione; scrisse ad un membro della sua famiglia: «Non vi fidate del nuovo ordine di cose; Luigi XVIII sarà presto rovesciato dal trono e cacciato dalla Francia». Questa predizione si realizzò ben presto. Durante i cento giorni l'Abbé Barruel si ritirò presso la sua famiglia, probabilmente nel Vivarais.

Il 14 ottobre 1815 rientrò nella ricostituita Compagnia di Gesù.

_________________

Un giorno fu ricevuto in udienza da Luigi XVIII. Suo fratello Louis-François de Barruel, allora Tenente d'artiglieria era stato anch'egli presentato a Coblenza, nel 1791, al futuro Luigi XVIII che allora era solamente Conte di Provenza.

Agostino Barruel propose a Luigi XVIII un mezzo per purgare il paese dalla massoneria. «Sire, ecco il nome dei trenta principali capi, ecco gli indirizzi; fateli arrestare tutti lo stesso giorno, colpite la loro società con una forte tassa, insistete sulla santificazione della domenica e sull'osservanza delle altre leggi che quei disgraziati hanno il fine di annientare. In questo modo, privata dei suoi capi, impoverita e repressa, la setta, se non fosse annientata, almeno non avrà i mezzi per nuocere per un lungo tempo». Ma il re non si unì a quel piano che d'altronde era un po' troppo superficiale: non si può porre fine solamente con delle misure di polizia ad un'intossicazione profonda e che penetra gli spiriti.

Luigi XVIII avrebbe voluto nominare vescovo l'Abbé Barruel; questi, sempre disinteressato, rifiutò. Nessuno ha mai negato la sua totale assenza d'ambizione. Il rifiuto dell'episcopato era frequente nei primi secoli del cristianesimo; la carica di vescovo dava un grande potere e notevoli responsabilità. Spesso coloro ai quali era proposta una sede episcopale erano inquieti per la salvezza della loro anima e preferivano evitare dei gravi pericoli, ma le motivazioni dell'Abbé Barruel non hanno nulla a che vedere con quelle di quell'epoca; sono state date due differenti spiegazioni di questo comportamento, quella  dell'Abbé Mollier da una parte e quella del canonico Fillet dall'altra. Secondo quest'ultimo, era contrario alle regole della Società dei Gesuiti accettare una dignità ecclesiastica senza un ordine espresso del Papa; secondo l'Abbé Mollier, Barruel avrebbe risposto a Luigi XVIII: «Permettetemi, Sire, di rifiutare questo favore: se accettassi, non potrei più servirvi altrettanto utilmente».

Gli è che Barruel voleva continuare a scrivere; le funzioni di vescovo, che lo avrebbero assorbito troppo, glie lo avrebbero impedito. Nel 1814 aveva ancora pubblicato un trattato: Del principio e dell'ostinazione dei Giacobini in risposta al Senatore Grégoire, che sollevò delle tempeste, e una Replica pacifica ai tre avvocati del Signor Senatore Grégoire. Nel 1815 prese ancora posizione contro la Petite Eglise, ma il nome esatto di quest'ultima opera non è menzionato.

I suoi ultimi anni furono dedicati a scrivere una storia delle società segrete nel Medioevo, una dissertazione sulla Crociata contro gli Albigesi ed una refutazione del sistema di Kant. L'Abbé Barruel, in effetti, era molto preoccupato per la filosofia di Kant, ed avrebbe detto a questo proposito: «Che malizia in quest'uomo! Ma io lo tengo in pugno e lo svelerò di fronte al mondo intero».

Disgraziatamente queste tre opere non furono portate a termine; l'Abbé Barruel morì il 5 ottobre 1820 a settantanove anni. È sepolto al cimitero Montparnasse a Parigi; i suoi manoscritti incompiuti su Kant sono stati bruciati, sembra. Una perdita assolutamente deplorevole.

L'opera scritta da questo poeta, filosofo, storico, polemista rimane però considerevole; è un antidoto fra i più utili contro una sovversione che non ha fatto che estendersi ed accrescersi.

Un giorno, Pio IX accordò un'udienza ad Alfred de Barruel, pronipote dell'Abbé Agostino, che il Papa definì in quest'occasione grande scrittore e difensore della Chiesa.

Il canonico Fillet, nel 1894, concludeva il suo opuscolo sottolineando che era piuttosto strano che non lo si sia posto tra gli scrittori di prim'ordine della sua epoca. «Ci domandiamo francamente, dice, se non sia superiore a La Harpe, a Maury, a Chateaubriand, a Frayssinous». Verso il 1935 il gran rabbino di Parigi, Lieber, aveva ammesso: «Barruel ha perfettamente ragione. Le sue affermazioni e le sue tesi sono esatte».

Il canonico Fillet aveva biasimato che le sue opere non fossero ristampate; la Diffusion de la pensée française ha cominciato a colmare questo vuoto nel 1974 ripubblicando le Memorie per la storia del Giacobinismo in due volumi.

La Société Augustin Barruel, assumendo il suo nome, ha voluto mettere in evidenza uno scrittore sovrabbondante i cui insegnamenti, centosessant'anni dopo la sua morte, sono sempre salutari; sarebbe un errore vedere nell'abbé Barruel solamente un denunciatore di complotti: nessun complotto può essere efficace senza un terreno già preparato. Barruel ha voluto risalire fino all'origine del male; i suoi lavori, ahinoi perduti sugli Albigesi e sul sistema di Kant lo mostrano assai bene, e non ci si potrebbe fare una idea esatta dell'Abbé Barruel senza tener conto di ciò.

Il fatto che l'Abbé Barruel sia ormai un autore di vecchia data non deve condurre a conclusioni pessimistiche per il fatto che, dopo tanto tempo, la sovversione sembra più forte che mai; al contrario, l'Abbé Barruel ci deve insegnare che, se è necessario conoscere le società perverse e denunciare la loro influenza ed il loro meccanismo di funzionamento, non bisogna però averne paura. Come l'Abbé Barruel possiamo ripetere e prendere come regola di condotta questi versi della prima scena dell'Athalie, di cui aveva fatto il proprio motto:

"Celui qui met un frein à la fureur des flots

Sait aussi des méchants arrêter les complots.

Soumis avec respect à sa volonté sainte,

Je crains Dieu, cher Abner, et n'ai point d'autre crainte".


[1] Si tratta della traduzione di De Solis ac Lunae Defectibus  libri V (Londini 1760), un poema scritto in latino da Ruggiero Giuseppe Boscovich, gesuita di origini dalmate (Ragusa di Dalmazia, 18 maggio 1711 — Milano, 13 febbraio 1787) astronomo, fisico, matematico, filosofo e poeta, che visse per lo più in Italia; si intitolava Les Eclipses, Poeme en six chants dédié à sa Majesté par M. l’Abbé Boscovich, traduit en français par M. l’Abbé de Barruel, Chez Valade Imprimeur — Libraire, Laporte Libraire, rue de Noyers, Paris 1779, pp. xxxii+540, in 4°. [N.d.R.]

[*] Ecco ciò che ne scrisse la Civiltà Cattolica: «Collezione di opere storico-polemiche. Vol. IV. Barruel. Storia del Clero in tempo della rivoluzione francese, tradotta dall'Ab. Giulio Alvasini di Farfa. Roma, tip. Poliglotta, 1888, di pag. 146-148-162 in-8.°

Tra gli scritti per cui va notissimo il dotto gesuita Barruel, di non minor pregio, benchè forse manco conosciuto, almen fra noi, e il presente. Questa ristampa della traduzione italiana, fattane in Roma al principio del nostro secolo, appena uscì in luce il testo francese, forma il IV vol. della Collezione di opere storico-polemiche, pubblicate con comune vantaggio dalla  benemerita Tipografia poliglotta di  Propaganda Fide. Il presente abbraccia in un sol corpo i tre volumi della primitiva edizione, conservandoli però distinti fra loro nella propria paginatura. L'argomento stesso, che ci rimette sott'occhi le tristi insieme e gloriose memorie di quei giorni nefasti e che ci richiama altre persecuzioni, alle quali si fa ora bersaglio la Chiesa di Gesù Cristo; non meno che il nome del famoso scrittore francese, debbono essere d'incitamento a far correre anche questo volume fra le mani di molti.» La Civiltà Cattolica anno XL, serie XIV, vol. I (fasc. 925, 29 dic. 1888), Roma 1889, pag. 94.

______________________

Da "Les cahiers de la Société Augustin Barruel; Cahier n°6 - 1979"

Traduzione a cura della redazione di Progetto Barruel

Articolo correlato: Card. G. Siri, "La mistificazione kantiana".